sere come questa sera sono vuote. la giornata passa come se nulla fosse, come se fosse un susseguirsi d'eventi fini a se stessi in cui ci si lascia trasportare da quel che si ha da fare. le giornate come questa si susseguono in modo feroce, come se ci fosse un auto accanimento allo stare senza decidere nulla, sentendosi nella condizione di non voler deteriminare nulla del circostante. un'attraversare luoghi vuoti lancinante che con il tempo sta lacerando anche la voglia di fare quelle cose. mangiare incuranti di quello che si mangia con il solo sentire il dovere verso se stessi di dover soddisfare quell'esigenza di darsi una continuità e starsi dietro. perché d'altronde se non ci sto io dietro a me stesso chi ci deve stare.
un continuo, una continua ripetizione che mano mano mi rende passivo verso il resto. come se ci fosse quell'esigenza di lasciarsi attraversare per non logorarsi. ma alla fine ci si logora e si diventa parte integrante di quel nulla, di quella sensazione di essere di transito, di prendere quello status sociale che è il timbrare il cartellino quotidiano del vivere. finisco per farmi le canne da solo ed ascoltare lagne che mi danno la forza di farmi sentire almeno dallo schermo di un computer. di far seguire di schermo in schermo questa storia, vuota, figlia di un esperienza adolescenziale ritrovabile in un film anni novanta.
ecco in un certo senso sono alla ricerca di quella cosa che ti porta a mandare affanculo tutto e decidere che cazzo fare. tutto il senza mai determinarla. gli psicologi a quanto pare lo chiamano burnout, ma come sentirsi così alla fine riconducibili a quella parola che cela dentro la sua schiettezza miliardi di sensazioni diverse.
un giorno me ne andrò a vivere in un posto in cui poter svegliarmi la mattina col sole ed uscire nudo a prendere il caffè. in cui se mi cercano mi vengono a citofonare ed io vado a citofonare gli altri. un susseguirsi di eventi che decido cosa siano le giornate. magari con un'anima pia che mi sta vicino, a percorrere quella missione strana che è starmi appresso. quella missione che nel turbine della mia testa pare impossibile anche a me stesso.
magari vi inizio a mandare affanculo, voi che mi scrivete sempre al telefono a tutte le ore del giorno e della notte e che non mi avete mai chiamato. voi stronzi che il "come stai?" è uno stile lessicale che preannuncia un accollo di quelli che per dovere morale dovrò accettare. magari ricomincio ad avere vent'anni e non quaranta, che non vuole parlare di lavoro ma solo di quanto cazzo lo odio il lavoro e soprattutto quello per cui per una misera paga ho venduto la mia adolescenza. in tutto questo alle poche persone a cui voglio bene, che m'hanno sempre preso in cuor loro nella buona e nella cattiva sorte, in salute e malattia, continuerò a rispondere in ogni come, dove, quando e perchè. ci sono persone a cui devo tutto e a cui darei tutto, perché mi hanno reso felice e partecipe di una felicità collettiva.
ed in tutto questo uagliù facim burdell che almeno stiamo pieni di un sacco di emozioni e sfoghiamo quest'odio a tutti quelli che ci stanno sul cazzo.
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